ALICIA GIMÉNEZ-BARTLETT : Morti di carta (Sellerio 2002)
Traduzione di Maria Nicola, Lingua originale: castigliano
Titolo originale: Muertos de papel (2000)
Gruppo L’Italia in giallo: 18 OTTOBRE 2012
Partecipanti numerosi nella sala del Caminetto la sera di giovedì 18 ottobre, per il primo incontro del gruppo di lettura L’Italia in giallo, che in realtà è ormai uscito dai confini nazionali per sbarcare idealmente in terra di Spagna, grazie al libro della scrittrice catalana Alicia Gimenz Bartlett intitolato Morti di carta. I lettori si sono trovati di fronte ad un testo di tutto rispetto sul piano letterario, opera di un’autrice che conduce la narrazione con sapiente disinvoltura, riuscendo a trovare una cifra stilistica del tutto originale e personale.
Benché, conoscendo altre opere della Bartlett e amando la coppia Petra-Fermìn, non si possa negare che questo romanzo non è fra i migliori della serie, tuttavia l’apprezzamento è stato generale per i pregi universalmente riconosciuti alla produzione “gialla” di questa scrittrice: l’ammiccamento di complicità verso il lettore, l’ironia, l’espressività esilarante dei dialoghi, l’umorismo della battuta capace di insaporire la materia narrativa, fino alla la vis comica delle situazioni stesse, spesso assurde fino al limite del surreale.
Accanto tutto ciò, lo spessore psicologico dei protagonisti, descritti nelle loro debolezze e manie, come nei loro slanci ideali e nei colpi di genio, inaspettati ma poi non così infrequenti, grazie ai quali, dopo ripetuti tentativi falliti e infiniti giri a vuoto, riescono improvvisamente a risolvere un caso, consapevoli, però che non per questo “giustizia è fatta”, in un mondo in cui iniquità e prepotenze continuano a mietere vittime e in cui dal caos non può nascere l’ordine, ma solo un breve, instabile, precarissimo momento di equilibrio.
I punti di debolezza del libro possono invece essere individuati soprattutto nella struttura e nell’intreccio, inutilmente complicato, con troppi personaggi, troppi morti, troppi spostamenti, senza che peraltro l’affanno dei continui cambiamenti di scena contribuisca a vivacizzare una narrazione lenta e talvolta monotona. Proprio quest’ultimo aspetto, anzi, penalizza anche la resa artistica dell’ambientazione, per cui le due città-sfondo, alternativamente Barcellona e Madrid, restano caratterizzate in modo complessivamente frettoloso, con descrizioni per lo più convenzionali di atmosfere e luoghi, laddove in altri testi la Bartlett si rivela in grado di costruire scenari urbani di ben maggiore suggestione.
Liquidata quindi rapidamente l’analisi della trama, la discussione del gruppo si è focalizzata soprattutto sui personaggi e sullo stile della scrittura. Della protagonista, l’ispettrice Petra Delicado, sono stati evidenziati gli aspetti umani e professionali che, in questo terzo romanzo della serie, ce la mostrano nel pieno svolgimento di un percorso (destinato a proseguire nei romanzi successivi) alla ricerca di se stessa e delle ragioni di un rinnovato o rinvigorito amore per la propria professione.
Impegnata, esigente soprattutto con se stessa, caparbiamente dedita al lavoro anche nei momenti più incerti di un’indagine, Petra può essere scostante nelle relazioni interpersonali, irreverente rispetto alla gerarchia istituzionale, insofferente delle rivalità di corridoio. A infastidirla sono le meschinità fra colleghi e le ipocrisie serpeggianti nell’ambiente della polizia, specie quando quest’ambiente entra in contatto col mondo della gente “bene” non ricattabile e sostanzialmente inattaccabile nella copertura della sua rispettabilità, rivelandosi invece violento e intransigente con i soggetti socialmente più deboli. Petra ormai è giunta ad un punto di svolta nel suo percorso lavorativo: vive quotidianamente una situazione di stanchezza, non verso il lavoro o l’impegno in sé, ma verso i metodi e le durezze di una professione sempre impegnativa e talvolta crudele.
Anche sul piano umano è in piena crisi, come emerge, fra l’altro, dal rapporto conflittuale con la sorella (a sua volta nel vivo di un fallimento matrimoniale) e dai frequenti battibecchi con l’amato-odiato viceispettore Fermìn, cui sembra venga qui attribuito il ruolo di coscienza parlante della stessa Petra. Affiorano i temi della solitudine, della paura di invecchiare, della necessità di dare un senso alla propria vita: tutti aspetti assolutamente umani e veri, in cui chiunque di noi può identificarsi, dandosi poi le risposte che ritiene più adeguate alla propria personalità e alla propria visione del mondo. Date le premesse, potrà anche stupire, ma per Petra una risposta importante è – ancora e nonostante tutto – il lavoro, condizione indispensabile per l’affermazione della propria identità. Più tardi (in un altro romanzo) troverà anche una risposta di tipo sentimentale, ritentando per la terza volta l’avventura del matrimonio, ma al momento sembra moderatamente, problematicamente assuefatta alla propria condizione di single.
Su questi elementi, il gruppo ha discusso lungo, con intensa partecipazione: e non sempre era chiaro se si parlasse davvero di Petra e Fermìn o non piuttosto di … Di chi? Di uno qualsiasi di noi.
Daniela Palamidese