FRANCESCO RECAMI: Gli scheletri nell’armadio, Sellerio, Palermo 2012
Gruppo di Lettura L’Italia in Giallo – 28 febbraio 2013
CONSONNI, L’INVESTIGATORE IN PIGIAMA
Serie o puntate?
Un libro, anche se fa parte di una serie, deve, a mio parere, essere completamente autonomo, cioè consentire al lettore di seguire e capire appieno la trama, fornendo elementi autosufficienti sulla vicenda e sul racconto di essa (rispettivamente fabula ed intreccio, per usare termini narratologici). Non deve presupporre la lettura di quanto è stato scritto prima rendendola pressoché obbligatoria per la comprensione, né infarcire la narrazione con continui riferimenti e rimandi a qualcosa che è stato raccontato altrove. Direi che altrettanto vale per eventuali libri successivi: chiarimento e racconto del presente non devono – non possono – essere rinviati a dopo, e a maggior ragione se si tratta di un giallo. Altrimenti non è più una serie, ma un romanzo a puntate e dovrebbe utilizzare un diverso canale di distribuzione. Francesco Recami però non sembra però pensarla in questo modo. Nel suo o Gli scheletri nell’armadio, secondo libro della serie dedicata alla “casa di ringhiera” bisogna aver letto il primo e…stare in attesa del terzo. Altrimenti molte, troppe cose restano oscure.
E dai muri sbucano scheletri…
Gli scheletri finiti nell’armadio citati nel titolo non sono metaforici, ma sono quelli che Amedeo Consonni, tappezziere pensionato residente in una casa di ringhiera in quel di Milano, si ritrova inaspettatamente a dover gestire dopo che gli sono stati rifilati da un vecchio collega e quasi amico, tale Barzaghi, anche lui in pensione, ma intenzionato ad aprire un agriturismo in alta Brianza, riattando una vecchia cascina abbandonata di sua proprietà. Durante i lavori di restauro, da un’intercapedine tra due muri sono emersi tre scheletri di cui non sa spiegarsi l’origine né la ragione, anche se… Anche se un’idea ce l’avrebbe, un’ipotesi che ci riporta ai tempi della guerra e della Resistenza. Tempi di repubblichini e partigiani, di collaborazionisti e di eroi, storie vecchie in cui si scontrano e alternano episodi di coraggio e di vigliaccheria. E anche di vendette incrociate, in cui certamente sono stati coinvolti suoi familiari e parenti: scheletri nell’armadio, metaforici questa volta, di cui preferisce non parlare. Sceglie invece di scaricare il tutto al vecchio compagno Consonni, confidando nell’innocente mania di quest’ultimo per i crimini e i casi irrisolti. Il buon Amedeo è in forte imbarazzo per questi tre ospiti inaspettati: c’è il nipotino Enrico che gira per casa, e poi c’è una donna, la piacente ex professoressa Mattioli, che gli fa compagnia e talvolta si autoinvita nei momenti meno opportuni. Ma la passione è tanta e Consonni finisce con l’assecondare l’amico.
Si tratta di due scheletri maschili identici e uno femminile, tutti presumibilmente di persone morte giovani e senza aver subito traumi violenti. Dalle ricerche di Consonni emerge che gli scheletri potrebbero appartenere a tre ragazzi scomparsi – e mai più ritrovati – all’inizio degli anni Novanta, durante una sciagurata escursione scout sul Monte Disgrazia, in Val Malenco. Approfondendo l’argomento egli si convince tuttavia che non si sia trattato di un incidente, ma di qualcosa di ben più grave e doloroso, per quanto inspiegabile. I tre con tutta probabilità sarebbero stati addirittura murati vivi. Come spiegare altrimenti il tardivo ritrovamento nella cascina abbandonata? E il fatto che i parenti non ne hanno mai più saputo nulla? A queste, come a mille altre domande, sempre più inquietanti, Amedeo Consonni non ha risposta, e con lui il lettore. Una certezza comunque esiste: per non dover affrontare la pietosa incombenza di rivelare ai familiari delle vittime quella che per lui è la devastante verità, e in fondo anche per non dover giustificare la sua personalissima e non autorizzata indagine, egli, aiutato dal Barzaghi, decide di disfarsi per sempre degli scheletri bruciandoli in un luogo isolato in riva all’Adda.
Un finale a sorpresa
E qui…sooorpresa! Consonni e Barzaghi non sapranno mai qualcosa che invece il lettore apprende in diretta, e che ora ci guardiamo bene dallo svelare. Diciamo solo che i fatti non sono quelli che ci si aspettavano. In compenso, però molti interrogativi persistono ed il mistero, pur con implicazioni differenti da quelle iniziali, rimane insoluto fino alla conclusione. Che fine hanno fatto davvero i ragazzi? E com’è stato possibile che quegli scheletri siano stati chiusi tra due muri?
Per essere un giallo, questo di Recami si rivela dunque piuttosto anomalo, poiché non si arriva mai ad una soluzione completa, né si ha l’impressione che questo dipenda da autentiche e giustificate necessità del racconto. Sembra piuttosto che alcuni temi e spunti narrativi siano semplicemente ed inopinatamente abbandonati e dimenticati. A meno che non esista l’ipotesi di riprenderli in una successiva puntata, ragion per cui questa sarebbe soltanto una sospensione temporanea. Ma allora si ricade nella discutibile situazione di cui si parlava all’inizio.
Episodi collaterali
Oltre a quella degli scheletri, che è la vicenda principale, nel libro si intrecciano diverse altri episodi secondari, legati ai personaggi che popolano quel condominio tutto particolare chiamato “casa di ringhiera”. Ne deriva, per ciascuna di esse, una piccola commedia degli equivoci, un vero e proprio campionario degli errori: imprevisti e disguidi si succedono a raffica, nessuno sa niente, ma tutti pensano, credono, suppongono. E tutto quello che pensano, credono, suppongono è sempre sbagliato, o quanto meno superato dall’evolversi dei fatti. Come recita la presentazione del libro nei risvolti di copertina, si tratta di un dipanarsi a raggiera delle diverse storie individuali, a partire dal centro rappresentato dalla casa stessa, che costituirebbe il vero protagonista. Il policentrismo narrativo comporta, ovviamente, la mancata linearità del racconto: sono frequenti infatti anticipazioni (prolessi) e flash-back (analessi) dove si fornisce, con uno sguardo retrospettivo, qualche informazione utile per la comprensione. Ma non tutto è spiegato e va detto che, forse proprio per questa scelta di non concludere le storie o di non svelarne tutti i risvolti, l’intreccio risulta anche frammentario e non del tutto risolto.
Tutti cattivi
Colpisce la caratterizzazione dei personaggi, che qui, ancora più marcatamente rispetto al primo libro della serie, La casa di ringhiera, sono tutti negativi, ad eccezione di Amedeo Consonni. Le miserie e le asperità dell’esistenza umana, dalle separazioni coniugali agli acciacchi dell’età, dalle liti fra parenti alla croce dell’alcolismo, dalle più innocenti manie alle perversioni più devastanti, dai i tic più ridicoli alle pratiche di autentica malavita, caratterizzano i personaggi in modo totalizzante. Neppure a coloro che sono stati più duramente colpiti dalla tragedia, i familiari dei ragazzi scomparsi, è concesso il riscatto del dolore. Al contrario, anche questi sono fossilizzati in uno stato di miseria interiore, livore e indifferenza. “Solidarietà” è una parola per loro sconosciuta.
Amedeo Consonni, che costituisce il trait d’union fra tutti, però non critica nessuno e a ciascuno dei suoi interlocutori (la figlia, i condomini, i “contatti” necessari alle sue indagini) si rivolge con garbo e buona educazione anche quando sarebbe comprensibile una reazione più vivace. Ma attraverso questo filtro neutro, lo sguardo di Recami si rivela veramente spietato. Se l’unico personaggio positivo, mentre interagisce con tutti gli altri, non giudica e non commenta, è proprio questo silenzio che dà risalto alla malvagità altrui e provoca la reazione del lettore. L’accettazione di una serie ininterrotta di brutture come se fossero la normalità della vita e della convivenza civile (e sappiamo poi quanto c’è di vero, purtroppo) ne accentua l’obbrobrio e non può non lasciare l’amaro in bocca.
Uno stile volutamente basso
Del resto lo stesso Consonni, l’unico personaggio che si salva, non ha nulla di eroico – elemento di per sé realistico, coerente con l’intonazione generale del libro – ma è colto programmaticamente nei suoi aspetti più minuscoli, banali e quotidiani: è un investigatore in pigiama e pantofole. Questa infatti è una chiave espressiva utilizzata qui in modo costante e coerente.
Il linguaggio è colloquiale, comune, colorito da numerose interferenze gergali e marcate inflessioni locali, pur ricorrendo al dialetto raramente, e solo in modo funzionale al racconto. È uno stile volutamente “basso”, il cui punto di forza ne sono i dialoghi: godibili, realistici, efficaci, con alcuni momenti davvero divertenti. Ma il medesimo impasto espressivo è presente nelle parti narrative e descrittive, e soprattutto nelle frequenti sequenze riflessive, dove compare ripetutamente il discorso indiretto libero, utilizzato per rendere, oltre alle speculazioni investigative di Consonni, anche le elucubrazioni dei personaggi minori, sia in rapporto alle loro intricate vicende esistenziali, sia riguardo ai vari misteri che di volta in volta si offrono alle loro non eccelse capacità intellettive. Peccato soltanto per l’esilità della trama e per la pochezza complessiva della vicenda.