Serata di festa giovedì 11 aprile alla biblioteca di Spinea per l’attesissimo incontro con Fulvio Ervas, organizzato in collaborazione con l’associazione Amici della Biblioteca. Pur oberato di impegni e travolto (piacevolmente, speriamo) dall’onda del successo che da mesi lo sta portando in giro per l’Italia e ultimamente anche all’estero, lo scrittore non ha infatti voluto deludere e disattendere l’invito degli ammiratori in terra veneziana. Ritornando dopo tanto tempo a presentare i suoi libri in Veneto, con piacere e anche, per sua stessa ammissione, quasi con una nota di dissuefazione. Merito soprattutto della sua ultima fatica, Se ti abbraccio non aver paura, la storia del viaggio in America di un padre col figlio autistico che è diventata ormai un vero e proprio best seller. Senza però dimenticare le opere precedenti, prevalentemente classificabili nel genere giallo. E infatti l’idea di organizzare questo incontro è nata proprio durante le serate del gruppo di lettura “L’Italia in giallo” coordinato da Carlo Marchiori, dove è stato inserito L’amore è idrosolubile.
Dopo un momento, per così dire, conviviale, tenutosi nella saletta del caminetto e riservato appunto agli amici “in giallo”, l’appuntamento, aperto a tutti, si è spostato in Emeroteca. Pubblico numeroso, attento, via via sempre più affascinato dalla personalità dello scrittore. Che probabilmente non ha inteso fare nulla di premeditato per conquistarlo, anzi è rimasto semplicemente se stesso: ma i presenti non potevano non rimanere colpiti e coinvolti dalla sua naturale cordialità, dalla semplicità, direi persino dall’umiltà con cui egli ha parlato di sé e della propria esperienza di scrittura. Preceduto dalla lettura (godibilissima) di alcuni brani dai suoi romanzi curata da “volontari” del corso di lettura ad alta voce tenuto recentemente da Margherita Stevanato, Ervas ha subito chiarito quella che deve essere, secondo lui, la missione della letteratura, ovvero la rappresentazione di tutto ciò che costituisce il mondo, secondo uno sguardo frutto di intelligenza critica, ma anche di partecipazione simpatetica e di attenzione ampia e non selettiva.
“Mondo” non significa quindi soltanto “uomo”, ma anche paesaggio (personaggio e protagonista), animali, vegetazione, cielo terra. Focalizzarsi esclusivamente sull’uomo, come avviene nella maggior parte dei casi, porta ad un quadro parziale, una visione distorta che non rispecchia adeguatamente l’esistente nella sua interezza. Per questo i libri di Ervas sono così complessi, ricchi di elementi narrativi diversi, contenutisticamente densi e corposi, benché stilisticamente leggeri. Lo scrittore ne è consapevole: non potrebbe fare diversamente, e forse nemmeno lo vuole.
Emerge evidente in quest’idea la sua formazione scientifica, dalla quale deriva l’interesse per aspetti più eterogenei della realtà, per esempio elementi naturali talvolta anche molto specifici e comunque inconsueti nella narrativa. Ervas afferma apertamente il valore di questa modalità di rappresentazione e sottolinea la ricchezza e la varietà degli apporti che la scienza, anzi le scienze, possono offrire alla letteratura e all’arte, nonostante l’apparente lontananza. Lo testimonia chiaramente sin dal titolo il suo L’amore è idrosolubile (2011), che poi procede descrivendo l’indole ed i comportamenti, anche e soprattutto sessuali, di diversi uomini adombrando ciascuno di essi sotto la forma di un insetto, scelto di volta in volta per analogia delle sue caratteristiche con quelle del personaggio idealmente sottoposto alla lente dell’entomologo.
Alla narrativa di genere, Ervas racconta di essere approdato per divertimento. Per l’ambientazione, anche in questo caso scelta d’obbligo è risultata Treviso e la Marca in genere, zona che egli, pur non essendone nativo, conosce bene per una lunga esperienza residenziale e di vita. Per di più è una zona idealmente e culturalmente molto caratterizzata, ovvero l’essenza stessa della provincia italiana, che cinema e letteratura da decenni propongono all’immaginario collettivo, specie fuori del Veneto, come la porzione di Italia più bigotta e sporcacciona, opulenta e corrotta, dove ogni peccato può trovare posto, ma tutto si fa e nulla si dice. Narrativamente, è una miniera di spunti, figure e storie appetitose per la fantasia del lettore, ma anche il contenitore più funzionale dove collocare fatti che spesso dimostrano come persino delitti e autentiche perversioni vengano occultati da una maschera di perbenismo, senza che il sospetto, che pure serpeggia costante, possa mai tradursi in completo disvelamento della verità. Scelta obbligata, dunque, ma anche felice, perché Ervas ha saputo rendere benissimo la grazia sonnolenta e un po’ pretenziosa del centro, apparentemente opposta – in realtà complementare – alla rude presenza della campagna circostante. E non solo di paesaggi si tratta, naturalmente, ma anche e soprattutto di uomini e di caratteri.
Subito dopo, però, si è si è presentata la necessità di creare una figura di protagonista che fosse in qualche modo in grado di distinguersi nel gran mare dei poliziotti in cui naviga il giallo italiano, un personaggio nuovo, che unisse all’autonomia letteraria carattere e credibilità umana. E così, con Commesse di Treviso (2006) è nato l’ispettore Stucky, poliziotto originale ed atipico, caratterizzato a contrasto rispetto ai colleghi di altre provenienze: igienista e salutista, non ingurgita pasti ad alto potenziale tossico e cerca di tenersi in forma. Nei rapporti umani si mostra moderatamente cinico, ma mai tenebroso, e vive da single senza essere misogino. Ama la natura e gli animali, ma riesce a sopportare anche le anziane zitelle deliranti. Sul lavoro, all’occorrenza sa diventare molto determinato, mantenendo comunque un’indole tendenzialmente pacata, gentile e garbata. Insomma nulla a che vedere col solito piedipiatti scontroso e dannato, genio solitario, graziato da improvvise illuminazioni.
Ma Ervas voleva soprattutto un personaggio capace di esaltare per la sua componente antropologica alcuni aspetti tipici del territorio che costituisce lo sfondo. In terra di Treviso un personaggio così non poteva che essere veneziano e addirittura mezzosangue, permettendo allo scrittore di sfruttare in modo nuovo e del tutto personale l’ambientazione nei suoi tratti più chiusi e conformisti, veri o presunti che siano. Ecco dunque quel bel cognome sonoro, che senza ombra di dubbio richiama alla mente la città lagunare, e per di più una madre persiana, che non può non destare curiosità e qualche sospetto quando l’ispettore si trasferisce dal capoluogo regionale (Ciò, xe rivà i venexiani! Locuzione tipica ed emblematica del fastidio trevigiano).
È però un cognome senza nome, una figura in cui si notano tuttora elementi di incompiutezza propri in un personaggio in fieri, poco più che abbozzato e privo di quella stratificazione di dati caratteriali destinata a farsi sempre più ricca e particolareggiata mentre che si procede di libro in libro. Inizialmente infatti Ervas non pensava di dare un seguito al suo poliziesco. Lo confessa lui stesso con schietta semplicità, raccontando che la decisione di proseguire con una serie è maturata conseguentemente alla percezione del giallo come possibile strumento di analisi delle problematiche del territorio e soprattutto come fonte di informazione e denuncia.
La svolta è avvenuta con il disastro ambientale provocato nel 2007 dall’incendio alla fabbrica De Longhi, catastrofe dolosa taciuta e insabbiata dai responsabili, dalle autorità e dalla stessa opinione pubblica. Ne è derivato nel 2008 in Pinguini arrosto, cui hanno fatto seguito, quasi con cadenza annuale dal 2009 al 2012, Buffalo Bill a Venezia, Finché c’è prosecco c’è speranza, L’amore è idrosolubile. Intervallati da Follia docente, evidente risultato dell’esperienza dell’autore come docente di scienze in un istituto superiore mestrino. Opera sui generis, perché è un giallo, sì, ma senza Stucky (2009).
Ervas dichiara di non amare (neanche come lettore) il poliziesco cupo e truculento, così come il suospirito di uomo e di educatore rifiuta la violenza e la crudeltà. Non appartiene dunque alla sua vena creativa la visione sanguinolenta di cadaveri squartati. In tutti i suoi gialli mantiene la mano leggera, provocando spesso il sorriso, grazie al garbato gioco dell’ironia e ad una scrittura piacevolmente frizzante come il mitico prosecco. Non viene però mai meno la vigile attinenza al realtà, per cui tutte le storie nascono e si riferiscono a fatti e situazioni ben precise e identificabili: l’inquinamento, il saccheggio paesaggistico, l’inondazione del 2010, e poi la xenofobia, i pregiudizi culturali e sociali, le miserie dell’immigrazione e di un mercato del lavoro iniquo e umanamente devastante. Tutti fatti e situazioni in cui sono riscontrabili responsabili inadempienze e spesso veri e propri crimini, che lo scrittore vuole portare alla luce e presentare all’attenzione del lettore con l’intento di sollecitarne il giudizio critico e magari un’impennata di senso civico.
È però pur vero però che spesso la ricaduta polemica rimane limitata, anche nel favoloso Nord-Est, dove dietro la facciata di efficienza e benessere pare proprio possa nascondersi un pozzo infinito di brutture. Quando qualche coraggioso o incosciente apre una porta che doveva restare chiusa, l’indignazione ha breve durata, gli interessi sono tanti, la convenienza comune si trova nella scelta di coprire, tacere, dimenticare. È così per tutti: amministratori pubblici e privati cittadini. E intanto le nebbie si addensano, le responsabilità sfumano, le colpe restano impunite.
Peraltro, questa scarsa risonanza ha anche ragioni più semplici e banali. La tiratura di un giallo, osserva Ervas, non è mai stratosferica: l’italiano medio, si sa, legge poco o addirittura niente e gli editori nel nostro Paese generalmente non possiedono le risorse per poter organizzare un battage pubblicitario e distributivo capace di modificare questa triste realtà. Ma forse c’è anche da porsi un ulteriore interrogativo di tipo specificamente culturale: infatti, se è senz’altro vero che molti autori si pongono all’atto della scrittura nella posizione di inchiesta e di denuncia, la loro opera poi è veramente percepita dal pubblico come tale? Io credo che la narrativa – tutta, e quella di genere in particolare – sia ancora ritenuta frutto di creazione artistica più che di indagine sul reale e venga quindi consumata quasi esclusivamente in chiave ludica. Piacevole strumento di evasione, il libro, specie se giallo, rimane per lo più agli occhi di chi legge qualcosa di inventato, altro rispetto alla vita vissuta. Le notizie vere, serie, tanto più se trattano temi gravi e preoccupanti, si apprendono altrove. E con ciò non dico che sia giusto così, tutt’altro: ma per ottenere quello che tanti scrittori si propongono, mancano l’abitudine, l’educazione, la disposizione del pubblico. Al momento non ci siamo ancora arrivati. Anche da qui, dunque, l’irrilevante o effimero effetto di reazione, ferma restando la tendenza all’indifferenza di cui ha parlato Ervas: male ormai, cronico, diffuso e tipicamente italico.
Lui però, come molti suoi colleghi scrittori, non intende rinunciare. Dopo la straordinaria parentesi rappresentata dal commovente Se ti abbraccio non aver paura, è già al lavoro con una nuova indagine dell’ispettore Stucky, che forse uscirà in settembre. Ne ha svelato in anteprima qualche particolare al pubblico in sala: c’è un morto, naturalmente, c’entrano i chioggiotti… Ma questa è ormai un’altra storia: appena disponibile la leggeremo, e poi speriamo che l’autore voglia ritornare presto a discuterne con noi.