Moby Dick ovvero La Balena (Moby Dick or The Whale) – 1851
di Herman Melville-1819-1891
E allora che ne è di me, mentre scrivo di questo Leviatano? Senza che me ne renda conto, la mia scrittura si allarga in caratteri da manifesto. Datemi una penna di condor! Datemi il cratere del Vesuvio per calamaio. Amici! Sorreggete le mie braccia! Perchè nell’atto stesso di stendere il pensiero su questo Leviatano, questi pensieri mi stancano, mi fanno venir meno con l’enorme estensione della loro portata, che sembra includere l’intera cerchia delle scienze, e tutte le generazioni di balene, e uomini, e mastodonti, passate, presenti, e future, con tutti i panorami cangianti d’imperi sulla terra e in tutto l’universo, non esclusi i suoi sobborghi. Tale è, e a tal punto ingigantisce la virtù di un tema grande e generoso! Noi ci espandiamo fino a raggiungere le sue dimensioni. Per produrre un’opera possente, bisogna scegliere un tema possente. Non si potrà mai scrivere un’opera grande e duratura sulla pulce, benchè molti vi si siano provati.
(Tratto da una lettera di Herman Melville a N. Hawthorne)

Vi sono romanzi che si leggono per diletto o passatempo e poi rapidamente si dimenticano. Ce ne sono altri che impegnano la mente e contribuiscono alla crescita intellettuale, ma che non suscitano emozioni e poi esistono esemplari sempre più rari che una volta letti una prima volta con passione, ci seguono per tutta la vita e li rileggiamo più volte con rinnovato piacere e se per caso li prestiamo e vengono rovinati dall’uso prolungato o dall’incuria da parte di bimbi o cani, li ricompriamo volentieri perchè ormai sono nostri compagni inseparabili. “Moby Dick” spicca in quest’ultima, ma importante categoria libraria, come un formidabile picco di narrativa caotica dove il grottesco si mescola con il sublime, la storia naturale dei cetacei si intreccia con la Bibbia e la mitopoiesi anticipa le più estreme congetture junghiane.
Lo spazio disponibile non è sufficiente per dar conto della sterminata “spettacolare” prole, generata dalla Balena Bianca: films, rappresentazioni teatrali, musicals, marionette, letture pubbliche etc. Ultimo in ordine di tempo, il tributo dedicato dal Trentino Book Festival di Caldonazzo al divo yankee Herman Melville affiancato dai nostri patrii lari: G. Leopardi, G. D’Annunzio e B. Fenoglio.
La trama di “Moby Dick” è universalmente nota come quella di Ulisse o di Don Chisciotte della Mancia, quindi sarà più opportuno soffermarsi sulla genesi del controverso capolavoro americano. Prima di affrontare il Leviatano, la sua fama era stata conquistata da un pugno di romanzi marini, attinti dal bagaglio di esperienze giovanili fatte a bordo di navi mercantili, baleniere e militari.
Nel novembre del 1820 nell’Oceano Pacifico, al largo della costa sudamericana, la nave baleniera “Essex” comandata dal capitano George Pollard, mentre stava cacciando un capodoglio, fu sfondata dalla violenta reazione difensiva del cetaceo.
Tra i naufraghi sopravvissuti ci fu il comandante in seconda Owen Chase, che in seguito scrisse la cronaca del tragico episodio. Non era la prima e non sarebbe stata nemmeno l’ultima volta che un capodoglio “dentuto e cazzuto” avrebbe colato a picco i suoi persecutori.

Chase Junior, figlio dello scampato agli abissi, divenuto a sua volta baleniere, incontrò un suo collega, durante uno “scambio di visite” tra due baleniere, evento assai gradito alle ciurme che navigavano anche per tre anni di seguito prima di sbarcare al porto di partenza. Il marinaio dell’”Acushnet” era H. Melville, che in seguito trovò la storia adatta a costruire lo scheletro al Grande Romanzo Americano, destinato a sconcertare pubblico e critica contemporanea, ma che in seguito, dopo l’avvento di Sigmund Freud e Carl Gustav Jung nel Nuovo Mondo, e l’era del Modernismo nelle arti, divenne il testo canonico per cimentarsi nella critica paludata o creativa: da D. H. Lawrence ( Studies in Classic American Literature-1923) fino a Camille Paglia (Sexual Personae-1990) passando per V. L. Parrington ( Storia della Cultura Americana- 1927) e F.O. Matthiessen ( Rinascimento Americano-1941).
Il XX secolo fu generoso nel ripescare dagli abissi dell’oblio “Moby Dick”, ma lo crivellò talmente di “arpioni interpretativi” contraddittori e pindarici ( simbolismi sessuali, arcani significati esoterici, criptici attacchi al capitalismo puritano e via fantasticando) da far scendere sotto la linea di galleggiamento i pregi più che evidenti che lo distinguono: documento storico sulla balenieria del Massachusetts e raccolta di mitologia marina, con i ritratti a forti tinte dei suoi esotici campioni dell’arpione, proveniente dalle rive più lontane: l’ex cannibale tatuato Queequeg, il nativo americano Tashtego e il gigante africano Daggoo.
“Moby Dick” La Balena Bianca
Regia di John Huston – 1956
Quasi tutti i numerosi film diretti da John Huston sono tratti da racconti, romanzi o testi teatrali. Ha imparato ad apprezzare una storia ben scritta e una scena ben strutturata in termini spaziali, dall’esperienza giovanile di figlio d’arte: calcando il palcoscenico giovanissimo, scrivendo racconti sportivi e cimentandosi coi pennelli. “Moby Dick” è stato uno dei suoi libri preferiti e quindi tentò di realizzare una sceneggiatura su misura per suo padre Walter, nei ruvidi panni di nocchiero del Pequod, ma le cose andarono per le lunghe e Huston Senior salpò per una destinazione senza ritorno. Stanco delle diffidenze di Hollywood, Huston decise di produrre personalmente il film e andò nel Regno Unito a realizzarlo, approfittando delle agevolazioni finanziarie garantite dal Piano Eady. Come mossa d’apertura fece arrivare Ray Bradbury a St. Clerans nella sua residenza irlandese, per “sviscerare “ insieme la Balena Bianca armati di evidenziatori, penne colorate e macchine da scrivere, un lavoro di sceneggiatura da far tremare le vene dei polsi. Bradbury era stato scelto per un suo racconto su un mostro marino che emerge dal mare attirato dalla sirena e dalla luce di un faro. “Ombre verdi, balena bianca” è il divertente libro che narra l’esperienza irlandese presso Huston.
Lo snellimento del poderoso romanzo di Melville, avvenne eliminando tutto ciò che potesse essere ostico per lo spettatore medio: quindi via Fedallah, il Parsi adoratore del fuoco che sbuca dalla stiva a metà libro seguito dalla sua squadra di accoliti, via monologhi trascendentali e via incontri con mostruose creature che non siano il vero obiettivo del Capitano Achab. Moby Dick, la balena bianca che in realtà è un capodoglio, un cetaceo provvisto di dentoni in grado di stritolare uno scafo e di strappare arti umani, come nel caso della gamba di Achab e il braccio del Capitano Boomer.
Nel cast ci sono punti di forza e punti deboli: la scelta di Gregory Peck come Achab è frutto di un equivoco, l’attore aveva recitato in gioventù, sul palcoscenico universitario “Moby Dick”, ma nel ruolo di Starbuck,( il primo ufficiale), quando apprese che il suo ruolo era quello dello storpio invasato comandante, rimase perplesso ma fece buon viso a cattiva sorte ed accettò. Durante le riprese ci furono parecchi incidenti e il regista e alcuni attori rimasero feriti, ma Peck rischiò di affogare durante la fase finale della caccia, in cui egli rimane impigliato e legato dalle sagole degli arpioni conficcati nel cetaceo, che s’immerge e poi riemerge per l’ultima volta. Tuttavia la prova di Peck fu eccellente anche se fu criticata dai contemporanei forse per l’inquietante rassomiglianza al Presidente Abramo Lincoln, dovuta al viso severo, la barba a collare e il cilindro di pelo di castoro. Anche Orson Welles aveva vagheggiato di dirigere un suo “Moby Dick” in subordine avrebbe gradito di essere Capitan Achab nel film di Huston, ma il regista che era un tipo che non le mandava a dire, rispose che bastava una balena in “MobyDick” alludendo alla stazza del grande attore e regista. Welles interpreta Padre Mapple in maniera impareggiabile, la scena in chiesa dove si arrampica sulla scaletta nautica e dal pulpito, a forma di prua di vascello, pronuncia il sermone di Giona, è la più potente della prima parte del film. Merito di Rockwell Kent, talentuoso pittore e autore delle illustrazioni per una riduzione per ragazzi di “MobyDick” che Queequeg il ramponiere dei Mari del Sud trovò una superba raffigurazione grafica e il suo sosia umano nell’amico e compagno di caccia del regista, tale barone austriaco Friedrich von Liedebur. Meno felice appare la decisione di affibbiare il ruolo importante di Ismaele al maturo e “navigato” Richard Basehart, meglio sarebbe stato far debuttare un giovane studente dell’Actor Studio o un attore cadetto del Free Cinema. “Chiamatemi Ismaele” sarà per la prossima volta: Moby is still alive.