LAWRENCE D’ARABIA l’Avventuriero dell’Assoluto
Biografia scritta da Cino Boccazzi – 1980 – Rusconi Editore
Fortunati coloro ai quali gli dei hanno concesso il dono di compiere cose degne di essere raccontate o di scrivere cose degne di essere lette, ma assai più fortunati quelli che ebbero l’uno e l’altro dono.
Gaio Plinio Cecilio Secondo detto Il Giovane
E’ passato ormai un secolo dallo scoppio della I Guerra Mondiale (1914-1918), ma il mito di Lawrence D’Arabia continua ad affascinare gli appassionati di letteratura storica e di cinema epico. La biografia scritta da Cino Boccazzi narra la vita avventurosa di un uomo complesso, sconcertante, e dalle molteplici identità. Anche il patronimico era fasullo, il padre Sir Thomas Robert Tighe Chapman a causa del divorzio negato dalla moglie, si rifece una famiglia con la governante e mutò il cognome in Lawrence. Durante la guerra, per il suo valore ed astuzia, gli arabi lo chiamarono “Aurans Iblis” (Lawrence il Diavolo), per i nemici turchi che avevano messo una taglia sulla sua testa egli era “Il Principe Dinamite”.
Smobilitato e rientrato in patria si arruolò nella RAF come aviere John Hume Ross, scoperta la sua vera identità venne congedato. Ci riprovò nei Royal Tank sotto il nome di Thomas Edward Shaw e dopo due anni ritornò in aviazione occupandosi di motori.
“Semper Occultus” come recita il motto del MI6 ex Secret Intelligence Service, per cui Lawrence prestò servizio in Medio Oriente e forse in qualche altra occasione. E’ una tradizione letteraria che molti scrittori inglesi vantino nel proprio curriculum vitae un servizio alla patria come spie. I più noti sono i fratelli Fleming: Ian, con James Bond e la serie 007, rese la professione seducente mentre il fratello maggiore Peter ne scrisse in tono più sarcastico in “Un’avventura brasiliana”.
Con Grahan Greene il “grande gioco” rivelò i suoi aspetti più grotteschi e devastanti in : “Il nostro agente all’Avana” e “L’Americano Tranquillo”. Attualmente il Gran Maestro della spy story è John Le Carrè e il suo eroe George Smiley risulta il più efficiente e verosimile agente segreto. Ma Lawrence era molto di più di un protagonista eroico di missioni segrete in territori ostili. Boccazzi ne segue le tracce dalla nascita fino alla morte in cinque capitoli che rappresentano diverse tappe di un itinerario esistenziale tormentato e controverso. Utili ausili alla lettura sono le cartine geografiche dello scacchiere mediorientale, si nota con rincrescimento che mancano invece quelle delle località inglesi e indiane, ma essendo basi militari forse erano top secret.
Il primo capitolo inizia nel deserto (Boccazzi ha scritto anche un’altra biografia di un eroe del deserto: “L’Uomo di Tamanrasset”, la vita di Padre Charles de Foucauld) presso una sorgente a Wadi Rumm, quindi al castello di Azrak e infine accanto ad un vagone ferroviario arrugginito tra le dune dell’Hegiaz, alla ricerca di tracce e testimonianze del passaggio di Lawrence d’Arabia. Viene rievocata la sua nascita a Tremadoc, nel Galles, il 16 agosto 1888 e la sua infanzia. Dal 1907 al 1910 studia ad Oxford e durante le vacanze pedala in Francia per osservare i castelli o percorre a piedi la Siria per studiare l’arabo e vedere le fortificazioni crociate sulle quali scriverà la sua tesi di laurea. Dal 1911 fino alla conflagrazione mondiale si trova in Medio Oriente coinvolto in campagne archeologiche
per conto del British Museum distinguendosi per capacità dirigenti nei confronti delle maestranze indigene e nell’acuto spirito d’osservazione e memoria visiva. Dal 1914 al 1916 opera al Cairo agli ordini del Ministero della Guerra. La sua successiva epopea araba, è il soggetto del capolavoro di David Lean “ Lawrence d’Arabia” a cui rinviamo il lettore. La parte più interessante del libro di Boccazzi è l’ultimo capitolo, il crepuscolo dell’avventuriero. “Tutti gli eroi sognano ma non in modo uguale. Quelli che sognano di notte, nelle pieghe polverose della loro mente, si svegliano al mattino constatando che il loro sogno era solo vanità. Ma quelli che sognano di giorno sono uomini pericolosi, perchè vedono il loro sogno a occhi aperti e possono realizzarlo” così scrisse Lawrence in “I Sette Pilastri della Saggezza” quando ancora credeva nelle nobili imprese , “sine macula et pavor” mentre guidava la carica beduina alla conquista di Aqaba.
Aveva forse dimenticato quanta amara disillusione è nascosta nel “fardello dell’uomo bianco”? – “Sono stato in Oriente, di là ho visto l’Occidente con occhi nuovi, e ho cessato di credergli”. Aveva ormai attraversato la linea d’ombra che separa i sogni di gloria dall’umile caducità umana.
LAWRENCE D’ARABIA (1962)
Regia: David Lean; sceneggiatura: Robert Bolt e Michael Wilson;
fotografia: Frederick A. Young (Technicolor, Super Panavision 70);
musica: Maurice Jarre; produzione: Sam Spiegel e David Lean/Horizon Pictures; interpreti e personaggi: Peter O’Toole (T.E. Lawrence) , Omar Sharif ( Ali Ibn El Kharish), Alec Guinness ( principe Feisal), Anthony Quinn (Auda Abu Tayi), Jack Hawkins (generale Allenby), Anthony Quayle ( col. H. Brighton)
Il progetto di realizzare un grande film epico sulle imprese belliche di T.E. Lawrence risale al 1935 poco prima del suo incidente mortale sulla sua amata moto, Brough Superior SS 100. Fu contattato dal regista e produttore Alexander Korda, ma il diretto interessato rifiutò decisamente. “L’idea d’essere pellicola, mi fa orrore” scriverà ad un amico “ le mie rare visite ai cinematografi mi hanno sempre lasciato una profonda sensazione di falsità e di superficialità. I documentari invece sono la mia delizia. Il cinema vero fa del giornalismo”. A. Korda torna alla carica con gli eredi ma questa volta l’alt viene dal Foreign Office. Troppi veti incrociati e nervi scoperti da parte delle cancellerie britanniche, turche ed arabe. Il ruolo svolto da Lawrence D’Arabia durante la Rivolta nel deserto con le tribù arabe contro le forze armate turche, alleate dei tedeschi, continua ad essere un pomo della discordia. Per gli arabi egli non seppe far valere presso gli inglesi, la promessa di una grande Arabia indipendente, dal Golfo Persico al Mare Mediterraneo. Per gli inglesi invece costituisce un “eroe riluttante” a cui si dedicò un
busto nella cattedrale di Saint Paul a Londra e un cenotafio dove giace supino in costume arabo nella chiesa sassone di Saint Martin a Whareham nel Dorset. Bisognerà attendere l’infuriare della II Guerra Mondiale e il successivo decolonialismo per affidare l’impresa filmica al prode Regista, David Lean, reduce dal “Ponte sul fiume Kwai (1957).
Il film è entrato regalmente nella storia del Cinema per le colossali dimensioni produttive: 15 milioni di dollari, 15 mesi di lavorazione nel deserto con temperature fino ai 50°; Aqaba, il Cairo, Gerusalemme e Damasco ricostruite in Spagna per questioni tecniche. Durante le perlustrazioni nel deserto per girare le scene di guerra (gli attacchi ai treni turchi sono da antologia di war-movie) si ritrovarono i rottami di un convoglio fatto saltare in aria da Lawrence. Formidabile anche il riscontro da parte dei critici e del pubblico: sette premi Oscar (film, regia, fotografia, musica, scenografia, montaggio e sonoro) e un posto d’onore nella memoria cinefila di più di una generazione di spettatori. Secondo un recente sondaggio del “Sunday Telegraph” si tratta del miglior film inglese di tutti i tempi, grandi registi come George Lucas o Steven Spielberg ne sono stati positivamente influenzati. Un notevole contributo all’inossidabile splendore di questo film va attribuito alla valorosa troupe per i disagi sopportati e per le “performances” eccellenti. In primis Peter O’Toole (che il sommo Regista dell’Universo lo abbia in Gloria!) che ha interpretato T.E. Lawrence con tale energia drammatica e sottigliezza psicologica da rendere la reiterata visione di questo film nel corso del tempo, una sempre felice occasione di intrattenimento intelligente ed un ottimo esempio da seguire per aspiranti attori. David Lean, un gentleman giramondo, disse: ”Forse sono diventato uno da grandi film. Ma ciò che penso dei grandi film è questo: amo viaggiare, andare negli angoli più strani del mondo, e “Lawrence d’Arabia” mi ha dato l’opportunità di vedere posti che non avrei mai potuto vedere, in circostanze simili, nella vita privata. Ho vissuto nel deserto ed è stata un’esperienza meravigliosa. Per fare questo tipo di viaggi devi avere un fisico molto forte: non mi restano più molti anni per fare questo tipo di cose”. Per fortuna dopo questa intervista girò ancora per il vasto mondo: In Finlandia per “Il dottor Zivago”(1966) ancora con l’attore egiziano,
Omar Sharif questa volta in ruolo da protagonista, in Irlanda per “La figlia di Ryan”(1970) storia d’amore e di rivolta e infine per chiudere in bellezza (non a tutti gli artisti è concesso di concludere la propria carriera con un capo d’opera) in India con “Passaggio in India”. Chi scrive ha avuto il piacere di conoscerlo personalmente a Venezia, durante una ricerca per i costumi del film che stava preparando: “Alla ricerca del tempo perduto” da Marcel Proust. Ogni volta che rivedo un suo film provo un senso di gratitudine e mi rendo conto del valore del suo cammino artistico.