LO SQUALO (JAWS) romanzo di Peter Benchley (1974)
Arnoldo Mondadori Editore
Gli attacchi degli squali agli esseri umani,
hanno generato una straordinaria copertura mediatica, in parte perchè succede raramente, ma principalmente, io penso, perchè la gente è, ed è sempre stata, contemporaneamente affascinata e terrorizzata dagli squali. Essi scaturiscono da un’ala del tenebroso castello dove allignano i nostri incubi-acque profonde fuori dalla nostra percezione visiva e dalla nostra razionalità e in tal modo essi provocano le nostre paure e fantasie.” Peter Benchley, Shark Trouble, 2002
Si possono scrivere libri ad incandescente temperatura erotica rimanendo casti e puri, racconti polizieschi senza aver mai impugnato una pistola, avventure spaziali senza aver mai volato, ma non si possono scrivere buoni libri sugli abissi marini e umani senza aver mai navigato.
Herman Melville (1819-1891) si è imbarcato sulle baleniere e sulle navi da guerra, Joseph Conrad (1857-1924) è stato capitano di lungo corso nei mari e nei fiumi tropicali, Emilio Salgari (1862- 1911) solcò l’Adriatico sognando i galeoni carichi d’oro e i praho della Malesia, William Hodgson (1877-1918) si distinse per eroismo tuffandosi dentro acque infestate da squali per salvare il suo comandante; Ernest Hemingway scorrazzò lungo la Corrente del Golfo a pesca di marlini e a caccia di sommergibili tedeschi.
Quando scrisse “Lo Squalo“, l’esperienza marina di Peter Benchley era limitata ai ricordi infantili di vacanze balneari nel New England e una gita in barca durante la quale rimase impressionato dalla cattura di un grosso squalo.
Figlio d’arte, il padre Nathaniel fu scrittore per ragazzi mentre il nonno Robert, fu critico teatrale, umorista e attore per la radio e il cinema, Peter Benchley dopo la laurea con lode in lingua inglese, divenne reporter per il “Washington Post” e poi redattore del “Newsweek”.
Spirito libero, imboccò un sentiero meno battuto: “lo scrittore freelance è un uomo che è pagato a pezzo o per parola o forse”. Ebbe “l’onore e l’onere” di scrivere alcuni discorsi per il suo presidente, Lyndon Johnson durante la”sporca guerra” del Vietnam. Dopo essersi cimentato con la scrittura di un libro per ragazzi ed uno di viaggi, si tuffò nella stesura di un thriller balneare, destinato a diventare un best-seller che impressionò oltre ogni misura. Lo spunto fu una ricerca storica su un fatto di sangue che sconvolse gli americani nel 1916. Dal 1 al 12 luglio lungo le spiagge del New Jersey e nell’estuario del Matawan Creek vi furono diversi attacchi di squali con quattro morti e un ferito.
Era un’estate caldissima e funestata da un’epidemia di poliomielite, la gente cercava refrigerio e ricreazione nelle fresche acque atlantiche. L’elasmofobia (paura degli squali) finì con la cattura di uno squalo bianco lungo appena 2,50 metri. Invece “Lo Squalo” immaginato da Peter Benchley è una creatura extra large (oltre 6 metri) ghiotta di carne umana. Amity Island (Isola dell’Amicizia) località immaginaria presso New York: mille residenti in bassa stagione, diecimila in alta stagione quando arrivano i turisti dal continente. Alla fine di giugno ci si prepara per al momento clou della stagione balneare, il quattro luglio, festa dell’Indipendenza degli Stati Uniti. I miseri resti di una ragazza scomparsa sulla battigia sembrano provare l’attacco di un grosso squalo antropofago. Martin Brody, il capo della polizia locale, decide
di chiudere la spiaggia per sicurezza, ma il sindaco Larry Vaughan (implicato in speculazioni fondiarie con un mafioso) lo dissuade con la connivenza del medico legale ipotizzando un incidente nautico. La notizia non viene nemmeno stampata da Harry Meadows, direttore del “Leader”. Quando poi vengono divorati un bambino e un anziano si ammette che esiste una minaccia mortale e si richiede l’intervento di un giovane ittiologo, Matt Hopper. L’esperto dopo gli esami necrologici imputa le aggressioni mortali ad un grande squalo bianco (Carcharodon carcharias). La spiaggia viene chiusa e viene mandato al largo in perlustrazione, Ben Gardner, un pescatore che non ritorna. Ellen Brody, la moglie del capo della polizia, durante una cena, si invaghisce di Matt, il giovane scienziato fratello di un ex fidanzato della donna. Con fredda determinazione lo seduce e se lo spupazza in un hotel fuori città.
La stampa e la televisione invadono Amity, il sindaco corrotto fa fagotto non prima di salutare Ellen, a cui dichiara il suo lungo ed inconfessato amore segreto. E’ arrivata la resa dei conti: viene messa una taglia sulla bestia sanguinaria e Quint un professionista della pesca di squali decide di guadagnarsela. Fa salire a bordo dell’”Orca” come aiutanti o come “zavorra” il Capo Brody e il Prof. Hopper. Non sarà una piacevole crociera.
LO SQUALO (JAWS) – 1975 – USA -124 minuti
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Peter Benchley e Carl Gottlieb
Fotografia: Bill Butler; Montaggio: Verna Fields
Musica: John Williams
Interpreti: Roy Scheider (Martin Brody), Robert Shaw (Quint), Richard Dreyfuss (Matt Hooper), Lorraine Gary (Ellen Brody), Murray Hamilton (Larry Vaughan), Carl Gottlieb (Harry Meadow), Susan Blacklinie (Christine Watkins), Peter Benchley(l’intervistatore)
Produzione: Richard D. Zanuck e David Brown per la Universal
Il 1975 fu un’ottima annata per il cinema americano: “Qualcuno volò sul nido del cuculo” di Milos Forman fa il pieno di Oscar, “Nashville” di Robert Altman fu un grande affresco corale della società americana al suono della country music, “Taxi Driver” di Martin Scorsese raccontò l’incubo metropolitano di un reduce dal Vietnam che non trova pace, ma il film che influì di più su Hollywood fu “Lo squalo”. Cambiò radicalmente la strategia di produzione,distribuzione e pubblicità cinematografica.
Con una mossa aggressiva ed innovativa si varò il Blockbuster estivo al motto di: “falli grandi, mostrali in grande e vendili alla grande”. Ovvero investimenti massicci con ampio impiego di tecnologie avanzate (solo per gli squali meccanici furono spesi oltre tre milioni di dollari), manifesti e gadgets a profusione, trailers televisivi pervicaci con un leitmotiv tremendamente efficace, composto da John Williams, basato sull’alternanza ossessiva del Mi e del Fa che trasmette la sensazione di un pericolo imminente e movimento tattico conclusivo: prima visione contemporanea in quattrocentosessantaquattro sale cinematografiche americane.
I risultati economici furono superiori alle aspettative: centotrentaquattro milioni di dollari solo negli Usa, una carica energetica per l’industria cinematografica e stimolo vitale per giovani autori. L’altra faccia della medaglia fu il proliferare di una genia degenere: altri squali sempre più assurdi, orche assassine, calamari giganti, piranha modificati geneticamente a fini bellici, barracuda antropofagi e altre creature spaventose. Non c’è da stupirsi che nella seconda metà degli anni ’70 ci fu un boom nella vendita di piscine e che le vacanze in montagna surclassarono quelle balneari.
Per il giovane Steven Spielberg fu “la prova dell’acqua” quando iniziò le riprese dello “Squalo” (ardue e stressanti per le continue avarie degli squali meccanici e un naufragio della barca con gli attori a bordo) era uno dei tanti giovanotti (27 anni) di belle speranze della “New Hollywood” senza barba e con un bagaglio leggero composto da film amatoriali, serials televisivi e due film notevoli, ma di scarsa redditività: “Duel”-1972-girato per la MCA-TV fu distribuito solo nelle sale cinematografiche europee e “Sugarland Express”(1974) fu un grande film con un piccolo budget e un modesto ricavo.
Dopo “Lo Squalo”, Spielberg si fece crescere la barba e l’ambizione e iniziò una lunga, ma inarrestabile marcia verso il successo professionale e mondano. E’ il regista e produttore americano più autorevole, ospite d’onore di presidenti e festival internazionali. Dopo quarant’anni la visione dello “Squalo” procura ancora qualche brivido: la scorsa estate a Lido degli Estensi, per intrattenere i turisti prima dell’orario delle discoteche è stata organizzata una rassegna cinematografica con tematica marina. Tra i vari film c’era anche il “famigerato” Squalo: ebbene il mattino seguente la spiaggia era gremita, ma in acqua c’erano soltanto qualche audace surfista e la solita brigata di anziani in cerca di molluschi. La spiaggia di Amity Island è stata filmata a Martha’s Vineyard (Massachusetts) uno dei siti balenieri citati in “Moby Dick” e meta di vacanza per il clan dei Kennedy, scelta da Spielberg per i bassi fondali che si spingono al largo, che consentono di filmare da piattaforme senza dover inquadrare la costa e per il porto di Nememsha che conserva un’aura coloniale, con le sue antiche costruzioni in legno (si scorge anche un’insegna con una balena).
Una carta vincente è stata la complessa realizzazione della sceneggiatura, a cui hanno partecipato ufficialmente l’autore del libro e Carl Gottlieb (i quali compaiono nel film in piccoli ruoli di giornalisti) e ufficiosamente l’amico e collega del regista John Milius e l’attore e scrittore Robert Shaw, autori di quel terrificante monologo sul naufragio dell’incrociatore corazzato USS Indianapolis avvenuto nel 1945, dopo che la nave aveva portato a destinazione una delle bombe atomiche. L’eliminazione dell’avventura erotica e della corruzione politica ha concentrato l’attenzione sui tre uomini in barca alla ricerca e distruzione della Bestia.
Uniti nel bersaglio comune ma con motivazioni differenti: Quint, il pescatore crudele vuole la taglia, Hopper la gloria scientifica; Brody va perchè deve. Questa volta vincerà il migliore.