GARAZIA VERASANI: Di tutti di nessuno, Feltrinelli , Milano 2009
La serie di Giorgia Cantini
Di tutti e di nessuno di Grazia Verasani è stato per me una piacevole scoperta e ciò deriva anche dal fatto che vi si realizza la rara (anche per i libri!) sintesi di “bello e intelligente”, grazie all’unione di una vicenda intrigante, capace di assicurare il coinvolgimento ludico ed emotivo del lettore con alcuni temi, sempre funzionali al racconto, che sollecitano una riflessione seria su argomenti civili e tematiche di interesse generale. Si intravvede qui l’orientamento ideologico e ideale della scrittrice, il suo richiamare all’attenzione del lettore un mondo di valori e di principi per lei ineludibili. Ma il tutto è trattato con mano leggera, libera da digressioni didascaliche o da insistenza polemica. Il discorso procede infatti in modo brillante e disinvolto, facendosi spesso metaforico, ma senza cedere alla leziosità o all’autocompiacimento.
Il romanzo, che per uno dei personaggi principali riprende il racconto La ragazza dei rospi, uscito nel 2002 nella raccolta Tracce del tuo passaggio, appartiene ad una serie aperta nel 2004 con Quo vadis, baby?, in cui compare l’investigatrice Giorgia Cantini, protagonista e voce narrante. Poco più che quarantenne, single, spigolosa, reduce da una relazione impossibile con un uomo molto più giovane, attratta da Bruni, un poliziotto della Squadra Omicidi (irrimediabilmente fedele alla moglie), Giorgia è titolare di una piccola agenzia investigativa e conduce un’esistenza che a molti potrebbe apparire soddisfacente, ma che lei sente vuota e appannata. E non riesce a dimenticare la ragazzina inquieta e sognatrice ch’è stata, troppo presto colpita dalla tragedia di una madre assente, e più ancora di una sorella suicidatasi giovanissima.
Storie parallele: Barbara
La struttura si articola in due storie parallele, elaborando due piani narrativi diversi, collocati in differenti dimensioni temporali e soprattutto adottando registri espressivi non omogenei. Una vicenda si svolge tutta nell’attualità, giocando con gli ingredienti classici del giallo, l’azione, il mistero, la raccolta degli indizi; l’altra dopo un’apertura al presente, con un grave fatto di cronaca nera, ben presto scivola indietro di una ventina d’anni, dipanandosi sull’onda della memoria e di una nostalgia agrodolce che accomuna parecchi personaggi in un unico discorso retrospettivo in cui è coinvolta in prima persona anche Giorgia Cantini. Li unisce infatti un passato di amicizia e di esperienze collettive vissute nello stesso quartiere.
La vicenda collocata ai giorni nostri, di cui Giorgia deve occuparsi a livello professionale, ci porta nell’ambiente bene bolognese, popolato da figli di papà viziati e pulitini, e ci presenta un gruppetto di liceali dominato dalla figura carismatica di uno di loro, in realtà non migliore degli altri. È la storia di uno stupro di cui è vittima Barbara, una ragazzina solitaria, sensibile, emotivamente vulnerabile, a causa anche della separazione dei genitori, ciascuno a modo suo perfetto, inappuntabile, irraggiungibile. Troppo per lei. Tanto più che il padre, bello e fascinoso uomo di spettacolo e playboy, è in realtà un insopportabile narciso, concentrato esclusivamente sul culto della propria persona. La madre, invece, sindacalista attivamente impegnata ma troppo permeata di ideologismi, è affetta da ansia da prestazione, consapevole di non essere in grado di gestire al meglio il proprio rapporto con la figlia ma incapace di ritoccare qualcosa del proprio atteggiamento. E così, eccessive aspettative alternate ad inutili sensi di colpa provocano una distanza che sembra farsi sempre più incolmabile, proprio quando Barbara avrebbe il maggior bisogno di ascolto e confidenza.
Storie parallele: Franca
Dell’altro caso Giorgia non dovrebbe occuparsi: si tratta di un omicidio, quindi di stretta competenza della polizia. Ma lei non può proprio ignorarlo, perché conosce la vittima: Franca Palmieri, la cosiddetta Ragazza dei Rospi, che un tempo si concedeva agli adolescenti più sbandati del quartiere popolare dove tutti vivevano, attirandoli e iniziandoli al sesso per gusto proprio, senza mai nulla chiedere in cambio, e senza mai nulla ricevere, neanche una parola buona o un cenno di gratitudine, se non di affetto. Era lei quella “di tutti e di nessuno”, e questo era il suo inutile tentativo di ribellarsi ad una vita di solitudine e di abbandono, una sfida e una povera rivalsa, anche nei confronti di quell’emarginazione sociale che lei stessa, col suo comportamento, contribuiva a provocare. Un triste circolo vizioso di cui finiva per essere la vittima consapevole.
Con gli anni la solitudine di Franca si era accentuata e fatta ancora più drammatica, tanto che la tragica conclusione sembra non stupire nessuno, come se si trattasse del compimento di un destino segnato da sempre. La donna si era trasferita in un altro quartiere, dove aveva eletto a proprio rifugio un bar malfamato, cercando di racimolare qualche soldo con la lettura dei tarocchi. Nessuna consolazione però era venuta mai nella sua esistenza disgraziata, nessuna relazione, nessun rapporto nuovo. Ma Franca in realtà non voleva questo: quello che cercava era invece la possibilità di ricostruire i legami del passato, e uno in particolare, per lei importantissimo. Si scoprirà poi che proprio per questa ricerca, cui si dedicava appassionatamente anche negli ultimi tempi della sua povera vita, aveva finito per incontrare il suo assassino in uno squallido giardinetto di periferia.
Adolescenti: confusione e ambiguità
Le due storie, entrambe caratterizzate dalla presenza di un gruppo di adolescenti, hanno esiti ben diversi: tristissima e cupa, quella di Franca si conclude negativamente da qualsiasi punto di vista si voglia esaminare. La storia più attuale lascia invece qualche spiraglio di speranza: Barbara, premurosamente assistita e consigliata, dopo un difficile percorso interiore troverà infatti la determinazione necessaria a denunciare lo stupratore e riuscirà a riaffermare – forse – un po’ di fiducia nella giustizia e nelle istituzioni.
La caratterizzazione psicologica e culturale dei personaggi è uno dei tratti su cui il testo si sofferma con particolare attenzione e sensibilità, evidenziando analogie e differenze in rapporto all’epoca e all’estrazione sociale, ma anche alle singole, particolarissime situazioni individuali. Con la sola eccezione di Barbara, i ragazzi della borghesia odierna appaiono passivi, annoiati, talvolta persino depressi. Al riparo della solidità finanziaria dei genitori, trascinano le loro giornate senza chiedersi il perché di nulla. Non li anima nessun interesse, nessun ideale, neppure un sogno: privi di domande e di curiosità, di rivolgono qualche volta alla droga, qualche volta a passatempi trasgressivi più per tedio che per vera attrazione. A Giorgia che cerca di avvicinarli e di conoscere almeno scheggia della loro vita, si presentano gentili e sfuggenti, non cedono in nulla e nulla svelano. La loro personalità è una parete di vetro nero, su cui i tentativi di approccio scivolano senza trovare appigli.
Diverso è naturalmente il discorso relativo all’altro gruppo, quello che Giorgia ha conosciuto per esperienza diretta. E diverso è tutto lo scenario, ambientale e umano, direi antropologico, pur nella nota comune dell’inconsapevolezza. I ragazzi del muretto, figli del proletariato, sono qualunquisti, complessati, ambigui. Vivono arruffate storie di sesso, inquietudini adolescenziali, confuse relazioni sentimentali in uno stato di obnubilamento e impreparazione. Portano avanti così la loro adolescenza povera, stentata, talvolta sbandata nell’Italia che cambia e si apre al benessere economico – per altri ma non per loro – dibattendosi fra turbamenti e chimere. Chi saprà orientare le proprie aspirazioni al lavoro e persino alla creazione artistica, identificata qui con la musica, saprà riscattarsi e proseguire per una strada accidentata ma relativamente sicura. Ma chi non saprà inquadrare i propri sogni, chi cederà alla seduzione della droga o al mito del successo sarà destinato al fallimento e talvolta addirittura ne rimane annientato. E solo parzialmente, molto parzialmente potrà contare sul conforto dell’amicizia.
Un giallo molto speciale
L’ambientazione comune è Bologna, ma il paesaggio metropolitano che rispettivamente fa da sfondo è del tutto diverso, e se la cura descrittiva, spinta fino alla precisione logistica e toponomastica, è sempre la stessa, molto differenziato è invece l’esito espressivo. La vicenda di Barbara si colloca in ambiente borghese, di cui vediamo qualche abitazione elegante, e poi bar, le paninoteche, l’uscita del liceo, il club privée, l’aeroporto. Tutti luoghi che rimangono però indistinti, anonimi, privi di tratti salienti, per la maggior parte immersi in un autunno grigio e piovoso. Il quartiere popolare dove invece si muovono i ragazzi del muretto, quartiere privo di attrattive, desolato, sviluppato in fretta e subito degradato, pur nel suo squallore è visivamente (ed emotivamente) molto più pregnante, riuscendo ad imporsi con efficacia ben maggiore alla mente e alla fantasia del lettore.
Particolarmente significativa è la presenza della voce narrante, quella di Giorgia Cantini: non tanto perché sua è la mente che indaga, commenta e stabilisce un legame tra le due storie, quanto perché in quel passato che vien nostalgicamente ricostruito c’era anche lei, con i suoi amori, le sue insicurezze e il suo dolore segreto. Grazie proprio alla narrazione interna in prima persona, il libro lascia ampio spazio ai suoi pensieri e all’espressione del suo coinvolgimento emotivo. Ritrovare i vecchi amici, riscoprire il sapore di quegli anni (fondamentale è la colonna sonora, e non a caso, considerati gli interessi dell’autrice), rievocare i fatti, individuarne nuove possibili prospettive interpretative, sono tutti elementi di un percorso che porta la narratrice a interrogarsi e a mettersi in discussione, a rivedere l’idea che ha o crede di avere di sé e degli altri. Il discorso introspettivo così si snoda con un’ampiezza molto maggiore di quanto normalmente accada in un giallo e avvicina questo romanzo alla letteratura di genere diverso. Eppure il giallo c’è, ed è anche costruito con perizia, abilmente mantenuto fino alla conclusione, che offre sorprendenti rivelazioni al termine di una ricerca che Giorgia, indagando, ha condotto anche su stessa e sul proprio vissuto.
Scrittura femminile e femminista
Di tutti di nessuno è complessivamente un libro molto femminile e molto femminista. Oltre alle tre protagoniste Giorgia, Franca, Barbara), molte sono le figure di donna, anche relativamente marginali, umanamente interessanti e tratteggiate con sensibilità. Innanzitutto Genzianella, goffa, ingenua, inelegante collaboratrice di Giorgia, che unisce una ruvida saggezza contadina alla generosità di un animo autenticamente gentile. A lei è affidata la nota comica, senza tuttavia mai cadere nel grottesco caricaturale. E poi l’operatrice della Casa delle Donne, la poliziotta Valeria, la stessa madre di Barbara, che nel finale riesce a trovare le ragioni di un riscatto affettivo.
Gli uomini, invece, anzi i maschi, secondo la classificazione del testo, sono davvero pessimi, con la sola, discutibile, eccezione di Luca Bruni. Degli altri non si salva nessuno. Anche a non voler dimenticare che entrambi i colpevoli hanno agito sotto l’impulso di un amore sfortunato, rimane il fatto che si sono spinti a compiere crimini orrendi. E se il particolare movente ci fornisce una chiave interpretativa del loro comportamento, non li rende però meno spregevoli, e non solo di fronte alla legge, perché il loro gesto si motiva umanamente con l’incapacità di accettare il rifiuto, l’impossibilità di riconoscere e rispettare la scelta altrui. Che nella fattispecie è quella femminile.
Tutti gli altri personaggi, in un modo o nell’altro, sono individui di poco valore, macchiati da diverse forme di inettitudine: egocentrici, classisti, vigliacchi, inconcludenti. C’è una certa tendenziosità? Probabilmente sì, e se c’è è tutta dell’autrice, non del personaggio di Giorgia, che vede e racconta. E se, in effetti, questo schematismo è forse un po’ eccessivo, miracolosamente non pesa, perché il libro è coinvolgente, intenso e scritto bene.