FRANCESCO RECAMI: La casa di ringhiera, Sellerio, Palermo 2011
FARSA DI CONDOMINIO
La casa
Una casa di ringhiera è una sorta di condominio dalla struttura particolare: un unico ballatoio esterno corre per l’intera lunghezza di un piano unificandone tutti gli appartamenti, a cui si accede dal ballatoio stesso. In genere è ancora presente una corte interna di uso comune, che un tempo ospitava l’unico gabinetto, mentre oggi, ristrutturata, ha naturalmente scopi diversi e viene talvolta divisa in aree ad uso esclusivo. È una tipologia abitativa tutta lombarda, con origini evidentemente popolari ed operaie, sorta vicino alle zone in cui si trovavano le fabbriche della prima e della seconda industrializzazione italiana.
A Milano ne rimangono ancora parecchie, sia nelle strade centralissime intorno ai Navigli, dove vivono i ricchi, sia nei quartieri semiperiferici, dove sono costretti a spostarsi i meno abbienti e sempre più spesso trovano rifugio gli immigrati. Perché oggi il destino delle case di ringhiera corre su un doppio binario e tutto ciò che le riguarda o vi si trova intorno rispecchia condizioni economiche ed estrazione sociale dei rispettivi abitanti. Diventate di moda e di tendenza in centro, sono state restaurate fino a farne dei piccoli gioielli architettonici, lussuosi e costosissimi; degradate e spesso fatiscenti altrove, sono abbandonate a se stesse o subiscono interventi di restauro fai da te, colorato, personalizzato e incongruente. Insomma, stile kasbah.
In questo contesto Francesco Recami decide di ambientare la sua serie di romanzi vagamente “gialli” (poi si capirà l’uso delle virgolette), sfruttandolo sin dal titolo del libro d’apertura. Arriva addirittura a fornirci l’indicazione topografica precisa: via Porpora, zona 3, verso Casoretto. Quartiere popolare, dunque: modesto, mal tenuto, relativamente malfamato.
Qui vive il buon Amedeo Consonni. Vedovo, tappezziere in pensione, egli ha una relazione un po’ problematica con una sua vicina, l’ancora gradevole signora Angela Mattioli, ex professoressa, forse pensionata, forse divorziata, misteriosa e sfuggente ma tutto sommato gentile ed affettuosa. E soprattutto ha un rapporto tenerissimo e complice col nipotino Enrico: peccato solo che la mamma, figlia di Amedeo, non approvi i metodi educativi di quest’ultimo, e meno ancora sia disposta ad accettare la relazione con Angela, e non proprio per gelosia d’affetto. Amedeo, infatti, a differenza degli altri condomini, ha sistemato il proprio alloggio con gusto e con una cura persino un po’ leziosa, grazie alle reminescenze (e agli avanzi) del mestiere. E poi lei sa che è solo questione di tempo prima che la casa diventi di moda e sia vertiginosamente rivaluta… A questo punto la presenza di Angela sarebbe solo un intralcio.
Amedeo ha anche una grande passione, anzi una vera e propri mania, che però non ha nulla di scorretto o morboso, solo un innocente interesse, appena qualcosa di più di un semplice passatempo. Lo attraggono i casi polizieschi non risolti, i crimini archiviati, le inchieste fallite. Negli anni, senza aver compiuto studi di criminologia e senza conoscere neppure l’uso del computer, egli ha composto un ricchissimo archivio, raccogliendo i suoi dossier dentro innumerevoli faldoni foderati di pregiata stoffa da tappezzeria. Con il tempo, complice il consolidarsi della pratica e della confidenza, quando si verifica un fatto di cronaca nera ha preso anche l’ardire di recarsi sul luogo del delitto: osserva lo sfondo, interroga i possibili testimoni, raccoglie indizi. Certo, gli spazi d’azione sono limitati, le sue sono indagini non ufficiali né autorizzate, perciò Amedeo deve badare a non dare nell’occhio, a non risvegliare l’attenzione ed i sospetti di polizia e carabinieri. Ma in qualche caso arriva a formulare ipotesi che poi si rivelano corrette: gli inquirenti ne fanno tesoro, e ringraziano.
Il delitto della Sfinge
Questo accade anche con il cosiddetto “delitto della Sfinge”, che porta Consonni in trasferta a Lentate sul Seveso, dove un certo Antonino Rebaudengo è stato ucciso in modo crudele e veramente inconsueto: eviscerato, evirato, infilzato con un paletto a sorreggerne la testa, è stato composto nella postura della Sfinge di Giza e sistemato nella sala da pranzo di casa sua. Uomo abitudinario, sistematico, anche un po’ tirchio, la vittima viveva con la moglie ed apparentemente non aveva problemi. Solo due grandi passioni animavano una vita altrimenti tranquilla fino alla noia: il modellismo navale e l’egittologia, poi sintetizzate nella costruzione di modellini di imbarcazioni egizie.
Il mistero è fitto. Sono state questi interessia provocare la morte di Rebaudengo? E la macabra sistemazione del cadavere, che cosa significa? Armato del suo quadernetto degli appunti, senza nulla di eroico, Consonni conduce la sua personale inchiesta, collega i fatti, annota riflessioni, mentre gli investigatori ufficiali brancolano nel buio e pensano addirittura di darsi per vinti. E così facendo, senza volerlo e senza neppure esserne consapevole, Amedeo fornisce la dritta giusta a due poliziotti che, grazie alla configurazione dell’edificio, sono potuti entrare in casa mentre era assente ed hanno letto le sue ipotesi investigative. Diventerà quindi famoso come colui che ha risolto il “delitto della Sfinge” e come tale verrà citato e ricordato per qualche tempo, almeno nell’ambito di quel microcosmo che è la casa di ringhiera.
Perché una casa di ringhiera è davvero un piccolo mondo a parte. In passato, quando le giornate scorrevano con ritmi e cadenze diverse da quelle odierne, essa era sentita come una comunità, quasi un focolare compatto e solidale. Ora non è più così. I tempi ed i metodi della vita e del lavoro hanno subito una drastica accelerazione, la disponibilità al dialogo è atrofizzata, gli animi si sono fatti chiusi e diffidenti. Un fatto però è rimasto invariato oggi come ieri: nella casa di ringhiera la privacy non esiste, tutto è sotto gli occhi di tutti. E se poi tra i condomini c’è qualcuno che vive di pettegolezzi…
Tale realtà è descritta diffusamente in questo libro iniziale della serie, in cui vengono introdotti per la prima volta i personaggi fissi ed al lettore vengono fornite informazioni utili a comprenderne il carattere e costruirne il background. Ne emerge un quadro desolante. È come se i personaggi fossero visti tutti attraverso una lente riduttiva e spesso deformante, per cui una sola caratteristica, sempre negativa, è ciò che li contraddistingue e condiziona, inchiodandoli per tutto lo svolgersi delle loro azioni a determinati comportamenti.
Il lettore così non può non notare che Amedeo Consonni, anima sensibile e cittadino onesto, è l’unico, veramente l’unico, personaggio positivo in un mare di egoismo, meschinità, avidità e petulanza. Anche lui ha le sue manie, ma sono nulla se confrontate con la banda di profittatori, violenti, alcolizzati, primedonne isteriche con cui deve fare i conti quotidianamente. Se si escludono i bambini (forse un poco capricciosetti, ma peraltro vittime innocenti della diversa e varia meschinità degli adulti) degli altri infatti non si salva nessuno. I gradi di negatività sono però differenti: si spazia dalla semplice pignoleria maniacale fino ad arrivare alla vera e propria delinquenza. Nessuno può comunque definirsi buono e neanche interamente onesto e sincero. Per non parlare del senso civico, virtù del tutto sconosciuta nella casa di ringhiera.
Chi entra, chi esce
Alcuni di questi personaggi diventano attori di un certo numero di episodi, resi possibili ed anzi suggeriti proprio dalla struttura stessa della casa, con i suoi ingressi in riga sul ballatoio, e poi la corte, i magazzini, il dedalo dei corridoi. Questa è l’altra componente del libro, che affianca quella investigativa e tende a introdurre una nota comica, e probabilmente risponde anche allo scopo di movimentare il ritmo dell’azione, altrimenti piuttosto fiacco.
Un marito geloso e violento, già pregiudicato e ora potenziale assassino, una moglie sexy e un po’ tonta (ahi, i luoghi comuni duri a morire!), un padre devastato e incattivito dall’alcool, due ragazzini affettuosi ma pasticcioni, un bambino troppo curioso, e infine persino lo stesso Consonni danno così vita ad una serie di siparietti in cui queste figurine si inseguono, fuggono, si scambiano, spariscono, ritornano. C’è chi entra, chi esce, chi s’imbuca nell’armadio delle scope e chi finisce prigioniero in una cella frigo… È un lungo susseguirsi di equivoci, incontri mancati ed epifanie a sorpresa, tra porte che si aprono ed altre che si chiudono. Tutto avviene di corsa, frenetico, a perdifiato. E tutto diventa, alla fine, irrimediabilmente noioso.
Una trama esile
Perché, nonostante la varietà dei motivi narrativi e la voluta leggerezza del racconto, questo libro, a mio parere, non convince e non diverte. Se la schematizzazione dei personaggi è senz’altro eccessiva e quindi banale, anche più fragili risultano la struttura del testo e l’insieme delle vicende. A cominciare dal giallo, che ha una trama veramente esilissima, per non dire inconsistente. Che la soluzione arrivi per caso, non sarebbe in sé un elemento negativo: il punto è che non viene sufficientemente preparata dallo sviluppo dei fatti, e tantomeno supportata da un racconto adeguatamente articolato e coinvolgente.
Quanto alle azioni collaterali, parlare di “storie” sarebbe veramente troppo generoso: si tratta piuttosto di scene a schema fisso, che nel loro reiterato svolgimento costituiscono nulla più che una farsa. Si insiste su alcuni topoi comici abusati, sfruttando la vena dell’errore, dello scambio, dell’equivoco di plautina memoria. Ma siamo nel XXI secolo, certe trovate non divertono più. Soprattutto se si vuole forzatamente adattarle ad un contesto serio e doloroso come sono violenza, alcolismo, liti coniugali e altre tribolazioni dell’esistenza quotidiana.